prof.
giovedì 25 aprile 2013
mercoledì 24 aprile 2013
ancora in trasferta...
DIALETTICA
DELL’ILLUMINISMO
L’INDUSTRIA
CULTURALE
L'atrofia
dell'immaginazione e spontaneità del consumatore culturale odierno
non ha bisogno di essere ricondotta a meccanismi psicologici. I
prodotti stessi, a partire dal più tipico, il film sonoro,
paralizzano quelle facoltà perla loro stessa costituzione oggettiva.
Essi sono fatti in modo che la loro apprensione adeguata esige bensì
prontezza d'intuito, doti di osservazione, competenza specifica, ma
anche da vietare addirittura l'attività mentale dello spettatore, se
questi non vuol perdere i fatti che gli passano rapidamente
davanti[…]
La
violenza della società industriale opera negli uomini una volta per
tutte. I prodotti dell'industria culturale possono contare di essere
consumati alacremente anche in stato di distrazione. Ma ciascuno di
essi è un modello del gigantesco meccanismo economico che tiene
tutti sotto pressione fin dall'inizio, nel lavoro e nel riposo che
gli assomiglia. Da ogni film sonoro, da ogni trasmissione radio, si
può desumere ciò che non si potrebbe ascrivere ad effetto di
ciascuno di essi singolarmente, ma solo di tutti insieme nella
società. Immancabilmente ogni singola manifestazione dell'industria
culturale riproduce gli uomini come ciò che li ha già resi
l'industria culturale intera. […]
Solo
l'obbligo di inserirsi continuamente, sotto le minacce più gravi,
come esperto estetico nella vita industriale, ha definitivamente
asservito l'artista. Un tempo essi firmavano le loro lettere, come
Kant e Hume, “ servo umilissimo ”, e intanto minavano le basi del
trono e dell'altare. Oggi chiamano per nome i capi di governo e sono
sottomessi, in ogni impulso artistico, al giudizio dei loro
principali illetterati. L'analisi data da Tocqueville cento anni fa
si è nel frattempo pienamente avverata. Sotto il monopolio privato
della cultura accade realmente che “la tirannia lascia libero il
corpo e investe direttamente l'anima. Là il padrone non dice più:
devi pensare come me o morire. Ma dice: sei libero di non pensare
come me, la tua vita, i tuoi beni, tutto ti sarà lasciato, ma da
questo momento sei un intruso fra noi ”. Chi non si adegua è
colpito da un'impotenza economica che si prolunga nella impotenza
spirituale dell'isolato. Escluso dall'industria, è facile
convincerlo d'insufficienza. Mentre ormai, nella produzione
materiale, il meccanismo della domanda e dell'offerta è in corso di
dissoluzione, esso opera nella sovrastruttura come controllo a
vantaggio dei padroni. I consumatori sono gli operai e impiegati,
farmers
e piccoli borghesi. La totalità delle istituzioni esistenti li
imprigiona talmente corpo ed anima che essi soggiacciono senza
resistenza a tutto ciò che viene loro offerto. E come i dominati
hanno preso sempre la morale che veniva loro dai signori più
sul serio di questi ultimi, così oggi le masse ingannate
soggiacciono, più ancora dei fortunati, al mito del successo [...]
Giudizio
critico e competenza sono banditi come presunzione di chi si crede
superiore agli altri, mentre la cultura democraticamente, ripartisce
i suoi privilegi fra tutti […]
Ma
il nuovo è che gli elementi inconciliabili della cultura, arte e
svago, vengano ridotti attraverso la loro sottomissione allo scopo,
ad un solo falso denominatore: la totalità dell’industria
culturale. Essa consiste nella ripetizione. Che le sue innovazioni
tipiche consistano sempre solo in miglioramenti della produzione di
massa, non è affatto estrinseco al sistema. A ragione l’interesse
di innumerevoli consumatori va tutto alla tecnica, e non ai contenuti
rigidamente ripetuti, intimamente svuotati e già mezzo abbandonati.
[…]
Ciononostante
l’industria culturale rimane l’industria del divertimento [...]
L’amusement è il prolungamento del lavoro sotto il tardo
capitalismo. Esso è cercato da chi vuol sottrarsi al processo di
lavoro meccanizzato per essere di nuovo in grado di affrontarlo. Ma
nello stesso tempo la meccanizzazione ha acquistato tanto potere
sull’uomo durante il temppo libero e sulla sua felicità, determina
così integralmente la fabbricazione dei prodotti di svago, che egli
non può più apprendere altro che le copie e le riproduzioni del
processo lavorativo stesso. […]Al processo lavorativo nella
fabbrica e nell’ufficio si può sfuggire solo adeguandosi ad esso
nell’ozio. Di ciò soffre inguaribilmente ogni amusement. Il
piacere si irrigidisce in noia, poiché, per restare piacere, non
deve costare altro sforzo, e deve quindi muoversi strettamente nei
binari delle associazioni consuete. Lo spettatore non deve lavorare
di testa propria: il prodotto prescrive ogni reazione: non per il suo
contesto oggettivo – che si squaglia appena si rivolge alla facoltà
pensante – ma attraverso segnali. Ogni connessione logica, che
richieda fiato intellettuale, viene scrupolosamente evitata. Gli
sviluppi devono scaturire ovunque possibile dalla situazione
immediatamente precedente, e non dall’idea del tutto […]
Già
oggi le opere d'arte, come parole d'ordine politiche, vengono
adattate opportunamente dall'industria culturale, inculcate a prezzi
ridotti a un pubblico riluttante, e il loro uso diventa accessibile
al popolo come quello dei parchi. Ma la dissoluzione del loro
autentico carattere di merce non significa che esse siano
custodite e salvate nella vita di una libera società, ma che è
venuta meno anche l'ultima garanzia contro la loro degradazione
a beni culturali. L 'abolizione del privilegio culturale per
liquidazione e svendita non introduce le masse ai domini già
loro preclusi, ma contribuisce, nelle condizioni sociali attuali,
proprio alla rovina della cultura, al progresso della barbarica
assenza di relazioni.[…]
La cultura è una merce
paradossale talmente soggetta alla legge dello scambio che non è più
neppure scambiata; si risolve così ciecamente nell'uso che non è
più possibile utilizzarla. Perciò si fonde con la reclame, che
diventa sempre più onnipotente quanto più sembra assurda dove la
concorrenza è puramente apparente.[…]
Nella
società concorrenziale la reclame adempiva alla funzione sociale di
orientare il compratore sul mercato, facilitava la scelta e aiutava
il fornitore più abile ma finora sconosciuto a far giungere la sua
merce agli interessati. Essa non solo costava, ma risparmiava
tempo-lavoro. Ora che il libero mercato volge alla fine, si trincera,
in essa, il dominio del sistema. Essa ribadisce il vincolo che lega i
consumatori alle grandi ditte. Solo chi può pagare correntemente le
tasse esorbitanti rilevate dalle agenzie pubblicitarie, e in primo
luogo dalla radio stessa, e cioè chi fa già parte del sistema o
viene cooptato espressamente, può entrare come venditore sullo
pseudomercato. Le spese di pubblicità, che finiscono per rifluire
nelle tasche dei monopoli, evitano di dover schiacciare ogni volta la
concorrenza di outsiders
sgraditi; garantiscono che i padroni del vapore restino entre
soi, in
circolo chiuso, non dissimili, in ciò, dalle
deliberazioni
dei consigli economici che, nello stato totalitario, controllano
l'apertura di nuove aziende o la gestione di quelle esistenti.
(Horkheimer
- Adorno, Dialettica
dell'illuminismo,
Torino 1966; pp. 136-137, 142-144, 172-175)
lunedì 22 aprile 2013
in trasferta a Francoforte, con la prof. Balducci
L'illuminismo, nel
senso piú ampio di pensiero
in continuo progresso, ha perseguito da sempre l'obiettivo di
togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra
interamente illuminata splende all'insegna di trionfale sventura. Il
programma dell'illuminismo era di liberare il mondo dalla magia. Esso
si proponeva di dissolvere i miti e di rovesciare l'immaginazione con
la scienza. Bacone, «il padre della filosofia sperimentale»', ha
già raccolto i vari motivi[…]
Benché alieno dalla
Matematica, Bacone ha saputo cogliere esattamente l'animus della
scienza successiva. Il felice connubio, a cui egli pensa, fra
l'intelletto umano e la natura delle cose, è di tipo patriarcale:
l'intelletto che vince la superstizione deve comandare alla natura
disincantata. Il sapere, che è potere non conosce limiti, né
nell'asservimento delle creature, né nella sua docile acquiescenza
ai signori del mondo. Esso è a disposizione, come di tutti gli scopi
dell'economia borghese, nella fabbrica e sul campo di battaglia, cosí
di tutti gli operatori senza riguardo alla loro origine. I re non
dispongono della tecnica piú direttamente di quanto ne dispongano i
mercanti: essa è democratica come il sistema economico in cui si
sviluppa. La tecnica è l'essenza di questo sapere. Esso non tende a
concetti e ad immagini, alla felicità della conoscenza, ma al
metodo, allo sfruttamento del lavoro altrui, al capitale. Tutte le
scoperte che riserva ancora secondo Bacone, sono a loro volta solo
strumenti: la radio come stampa sublimata, il caccia come artiglieria
piú efficiente, la teleguida come bussola più sicura. Ciò che gli
uomini vogliono apprendere dalla natura, come utilizzarla ai fini del
dominio integrale della natura e degli uomini. Non c'è altro che
tenga. Privo di riguardi verso se stesso, l'illuminismo ha bruciato
anche l'ultimo resto della propria autocoscienza. Solo il pensiero
che fa violenza a se stesso è abbastanza duro per infrangere i miti.
[…]
D'ora
in poi la materia dev'essere dominata al di fuori di ogni illusione
di forze ad essa superiori o in essa immanenti, di qualità occulte.
Ciò che non si piega al criterio del calcolo e dell'utilità, è,
agli occhi dell'illuminismo, sospetto. E quando l'illuminismo può
svilupparsi indisturbato da ogni oppressione esterna, non c'è piú
freno. Alle sue stesse idee sui diritti degli uomini finisce per
toccare la sorte dei vecchi universali. Ad ogni resistenza spirituale
che esso incontra, la sua forza non fa che aumentare.”
(M. Horkheimer - Th.
W. Adorno, Dialettica dell'illuminismo,
a cura di R. Solmi, introduzione di C. Galli, Einaudi, Torino 1997,
pp. 12-14)
“In un racconto
omerico è custodito
il nesso di mito, do minio e lavoro. Il dodicesimo canto dell'Odissea
narra del passaggio davanti alle Sirene. […] La sua via fu quella
dell'obbedienza e del lavoro, su cui la soddisfazione brilla
eternamente come pura apparenza, come bellezza impotente. Il pensiero
di Odisseo, ugualmente ostile alla propria morte e alla propria
felicità, sa di tutto questo. Egli conosce due sole possibilità di
scampo. Una è quella che prescrive ai compagni. Egli tappa le loro
orecchie con la cera, e ordina loro di remare a tutta forza. Chi vuol
durare e sussistere, non deve porgere ascolto al richiamo
dell'irrevocabile, e può farlo solo in quanto non è
in grado di ascoltate. E' ciò a cui la società
ha provveduto da sempre. Freschi e concentrati, i lavoratori devono
guardare in avanti, e lasciar stare tutto ciò che è a lato.
L'impulso che li indurrebbe a deviare va sublimato - con rabbiosa
amarezza in ulteriore sforzo. Essi diventano pratici. L'altra
possibilità è quella che sceglie Odisseo, il signore terriero, che
fa lavorare gli altri per sé. Egli ode, ma impotente, legato
all'albero della nave, e piú la tentazione diventa forte, e piú
strettamente si fa legare, così come, piú tardi, anche i borghesi
sì negheranno piú tenacemente la felicità quanto più - crescendo
la loro potenza - l'avranno a portata di mano. Ciò che ha udito
resta per lui senza seguito: egli non può che accennare col capo di
slegarlo, ma è ormai troppo tardi: i compagni, che non odono nulla,
sanno solo del pericolo del canto, e non della sua bellezza, e lo
lasciano legato all'albero, per salvarlo e per salvare sé con lui.
Essi riproducono, con la propria, la vita dell'oppressore, che non
può piú uscire dal suo
ruolo sociale. Gli stessi vincoli con cui si è
legato irrevocabilmente alla prassi, tengono le
Sirene lontano dalla prassi: la loro tentazione è neutralizzata a
puro oggetto di contemplazione, ad arte. L'incatenato assiste ad un
concerto, immobile come i futuri ascoltatori, e il suo grido
appassionato, la sua richiesta di liberazione, muore già in un
applauso. Cosí il godimento artistico e il lavoro manuale si
separano all'uscita dalla preistoria. L'epos contiene già la teoria
giusta. Il patrimonio culturale sta in esatto rapporto col lavoro
comandato, e l'uno e l'altro hanno il loro fondamento nell'obbligo
ineluttabile del dominio sociale sulla natura.”
(M. Horkheimer - Th. W.
Adorno, Dialettica dell'illuminismo,
a cura di R. Solmi, introduzione di C. Galli, Einaudi, Torino 1997,
pp. 39-43)
sabato 20 aprile 2013
900 ...poesia, poesia!!!
http://www.needfulthings.it/poesie.htm
Sono quella che sono
Sono quella che sono
Sono fatta così
Se ho voglia di ridere
Rido come una matta
Amo colui che m'ama
Non è colpa mia
Se non e sempre quello
Per cui faccio follie
Sono quella che sono
Sono fatta così
Che volete ancora
Che volete da me
Son fatta per piacere
Non c'e niente da fare
Troppo alti i miei tacchi
Troppo arcuate le reni
Troppo sodi i miei seni
Troppo truccati gli occhi
E poi
Che ve ne importa a voi
Sono fatta così
Chi mi vuole son qui
Che cosa ve ne importa
Del mio proprio passato
Certo qualcuno ho amato
E qualcuno ha amato me
Come i giovani che s'amano
Sanno semplicemente amare
Amare amare...
Che vale interrogarmi
Sono qui per piacervi
E niente può cambiarmi
Se ho voglia di ridere
Rido come una matta
Amo colui che m'ama
Non è colpa mia
Se non e sempre quello
Per cui faccio follie
Sono quella che sono
Sono fatta così
Che volete ancora
Che volete da me
Son fatta per piacere
Non c'e niente da fare
Troppo alti i miei tacchi
Troppo arcuate le reni
Troppo sodi i miei seni
Troppo truccati gli occhi
E poi
Che ve ne importa a voi
Sono fatta così
Chi mi vuole son qui
Che cosa ve ne importa
Del mio proprio passato
Certo qualcuno ho amato
E qualcuno ha amato me
Come i giovani che s'amano
Sanno semplicemente amare
Amare amare...
Che vale interrogarmi
Sono qui per piacervi
E niente può cambiarmi
Jacques Prévert
e Wislawa, Cesare, Federico.....
sabato 23 marzo 2013
sabato 16 marzo 2013
inaspettato, come un amico che ritorna..
http://www.youtube.com/watch?v=cPOKXfHOuw4
http://www.youtube.com/watch?v=lA7Xa2ANx2c
prezioso, senza commento.
la prof
http://www.youtube.com/watch?v=lA7Xa2ANx2c
prezioso, senza commento.
la prof
venerdì 8 marzo 2013
solo un assaggio...
L'ombra dell'anima mia
L'ombra dell'anima mia
fugge in un tramonto di alfabeti,
nebbia di libri
e di parole.
L'ombra dell'anima mia!
Sono giunto alla linea dove cessa
la nostalgia,
e la goccia di pianto si trasforma
in alabastro di spirito.
(L'ombra dell'anima mia!)
Il fiocco del dolore
finisce,
ma resta la ragione e la sostanza
del mio vecchio mezzogiorno di labbra,
del mio vecchio mezzogiorno
di sguardi.
Un torbido labirinto
di stelle affumicate
imprigiona le mie illusioni
quasi appassite.
L'ombra dell'anima mia!
E un'allucinazione
munge gli sguardi.
Vedo la parola amore
sgretolarsi.
Mio usignolo!
Usignolo!
Canti ancora?
-- Federico García Lorca
dal libro "Tutte le poesie" di Federico García Lorca
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